Storie 2
28 feb 2012 8 commenti

Lei.
Il padre di lei era dirigente di un importante ente pubblico. Era un padre-padrone, ma si mascherava da papà-buono. Rampollo di una famiglia di agrari toscana, di quelle che avevano alimentato il Fascismo nella generazione precedente, si era trasferito da giovane nella capitale e divenne subito un militante democristiano. Grazie alla DC fece carriera, meriti professionali non sembra ne abbia avuti, e si avvalse sempre delle posizioni di responsabilità, definite così per magnanimità, che via via andava occupando per rafforzare clientele e curare i propri interessi privati grazie al potere decisionale e finanziario che la collettività gli aveva affidato. La madre di lei era soggiogata completamente dalla volontà del marito – centro dell’universo – il quale precocemente aveva provveduto a ingessarla dentro una barriera di pregiudizi e precetti moralistici che consolidavano quelli già inculcati nella donna dall’educazione cattolica ricevuta. Lei, finalmente femmina al terzo tentativo, fu da subito oggetto della soffocante tutela del papà-buono: trattata da deficiente, in quanto femmina, e pressata dalla morale familiare per la quale la finalità ultima e unica della vita di una donna era quella di asservire l’uomo che avrebbe provveduto a tutte le sue esigenze (anzi, che le avrebbe insegnato quali fossero, come faceva appunto il papà buono), crebbe nella più totale insicurezza di sé. Questo a onta di un’intelligenza viva e di una brillante curiosità intellettuale. Per tutta l’infanzia e l’adolescenza lei ricercò, inutilmente, le braccia consolatrici e la complicità della madre sorda, cieca e muta a ogni istanza della figlia, se non per ripeterle le lezioni paterne. Quando fu grande abbastanza da essere pronta per il matrimonio, che durò poi quanto il fumo di una pipa, il papà buono le assicurò ad affitto “politico” l’attico di un immobile, di proprietà di un ente, in uno dei quartieri più ricercati della capitale, e quando si bandì un concorso adatto al suo titolo lei si recò alle prove scritte con la soluzione dei compiti in tasca. A quel punto, aveva una posizione da laureata, una casa, un contratto di lavoro a vita e una personalità ridotta a un insieme di cocci tenuti insieme col nastro adesivo. Si fece otto anni di analisi per poter finalmente tentare un atteggiamento critico nei confronti del papà-buono e della mamma-ghiacciolo. Divenne militante dell’ultra sinistra e adottò comportamenti apparentemente libertini e libertari, ma in effetti non fu più di una radical chic perché non riuscì mai a liberarsi completamente dai giudizi borghesi di origine familiare. Continuò sempre a soffrire dell’indifferenza materna, quella antica e quella attuale, e a ricercare la di lei attenzione, ricerca ora estesa a tutte le donne. Partecipava attivamente a tutti i momenti culturali che riguardassero la condizione femminile e la valorizzazione della figura della donna e andò sviluppando discrete capacità dialettiche insieme al raffinamento del senso critico nei rapporti interpersonali. Con le amiche però oscillava da un atteggiamento di povera-bimba a quello di madre-padrona, la maggior parte delle donne che frequentava la giudicò lunatica e ne prese le distanze, solo con le poche che potevano comprendere le sue problematiche instaurò relazioni profonde e durature. Grazie alla vita sociale e all’analisi recuperò in parte l’autostima, sebbene periodicamente si sentisse succube di un terribile sconforto esistenziale. Soprattutto, non riuscì mai a sradicare da sé il fascino del potere, inteso come possibilità di condizionare la vita degli altri dall’alto di una posizione dominante. Però nel lavoro e nell’attività politica rifiutava sempre un ruolo di responsabilità formalmente attribuito, ma bensì perseguiva quello di consigliere-ombra del capo (maschio).
Lui.
Lui era un ingegnere ambizioso di origine napoletana. Quando era più giovane la sposa non si presentò all’altare il giorno delle nozze. Si convinse, riconfermando tra sé quello che aveva sempre pensato, che l’unico modo per relazionarsi efficacemente col prossimo fosse quello di tenerlo saldamente per il collo da una posizione di potere. Per questa convinzione non esercitò mai la professione per la quale era stato assunto nell’istituto in cui lavorava (che era lo stesso di lei), ma puntò fin da subito sull’apparato amministrativo, là dove si gestivano soldi. Per molti era in odor di camorra, ma in effetti lui usava semplicemente i poteri del suo stato e le relazioni che ne derivavano per progredire nella carriera, senza farsi scrupolo alcuno di carattere morale o di valore sociale. Era viscido coi colleghi, ma sapeva come muoversi con chi stava in alto. Con gli avanzamenti di posizione la sua ambizione cresceva quanto diminuiva invece la stima di sé: faceva, sì, carriera, ma il rimpianto per quella professionalità mai esercitata non lo abbandonava mai. Sovrintendeva sotto il profilo finanziario quella degli altri e si vendicava dell’invidia provata seminando di ostacoli l’attività altrui quando questa non fosse di diretto interesse dei superiori. Nessuno lo ha mai visto sorridere, se non di quel sorriso complice che si scambiano i compari nell’architettura di un imbroglio o di quello del commerciante per la proficua transazione appena compiuta. Non aveva amici, solo pochi confidenti nell’ufficio, e passava interamente il tempo dei giorni feriali al lavoro. Alla sera navigava internet a pesca di donne e alternava le domeniche tra le visite alla vecchia madre nel napoletano e le uscite con il “pescato” catturato di fresco. Sembra che in quella sua pesca avesse successo (c’è sempre qualche giuda tra i confidenti!) e abbia collezionato un bel novero di donne, convinto di averle usate, consumate e gettate, ma più verosimilmente erano loro ad usare lui. Per quanto le ricercasse, le donne, in un certo senso erano il nemico, la loro autonomia e indipendenza erano pezzi di mitraglia puntati su di lui che ne aveva un terrore folle. Timidamente, dietro l’apparente indifferenza ostentata nei confronti del genere femminile per il quale sopravviveva in lui l’antico rancore, la speranza di incontrare quella che lo avrebbe finalmente “visto” oltre la corazza del funzionario atarassico in carriera ardeva in un angolino della sua coscienza. Quella coscienza che, intimamente e ben protetta da ogni sguardo esterno, malgrado i soldi, malgrado il potere, malgrado il successo volutamente effimero con le donne, non gli dava soddisfazione, gli ripeteva che non era diventato quello che realmente avrebbe desiderato essere, lo faceva sentire un uomo di merda.
Loro.
Si conobbero per esigenze lavorative e dalle prime battute si sentirono intrigati l’uno verso l’altra. Iniziarono a frequentarsi e l’occupazione maggiore era parlare, parlare e ancora parlare nel corso di lunghe passeggiate, mano nella mano, nelle campagne che circondavano la comune sede lavorativa. L’attrazione divenne innamoramento, si davano appuntamenti clandestini in posti ed ore improbabili, come una coppia di amanti. Lei trovò in lui uno sfogo ideale per la repressa sete di potere. Lui sentì per la prima volta di essere ascoltato e capito. Da lei, da una donna che osava contraddirlo e porlo di fronte alle sue contraddizioni, che sapeva interrogarlo, metterne a nudo l’anima. Quando arrivarono al letto fu però un disastro, nessuno dei due riusciva, come del resto mai aveva potuto farlo, a lasciarsi andare nella fusione con l’altro. Era la recita di una scena a luci rosse che presto stancò entrambi. La passione divenne tutta intellettiva, e divenne morbosa, impregnata di gelosia e di diffidenza. Ciascuno finì per rappresentare per l’altro quelle parti di sé che invece detestava e che non voleva vedere. Malgrado li avesse uniti il comune rimpianto per un destino diverso, un destino di affermazione e di sviluppo delle proprie autentiche potenzialità, i valori che di fatto agivano andavano nel senso contrario. Lui rimaneva uomo di potere e lei la donna del capo. Così le loro occasioni di incontro, significativamente sempre clandestine malgrado fossero entrambi liberi, si dilatarono. Prima una volta al mese (senza trascurare però le ispezioni telefoniche notturne), poi ogni tre mesi, poi ogni sei. La data del prossimo incontro è rimasta appesa in un futuro improbabile. Lei si fece altri sette anni di analisi. Di lui si sa che ha sposato una russa di quasi trent’anni più giovane.

feb 28, 2012 @ 07:50:03
E’ un triste specchio di molte relazioni odierne e di molti comportamenti personali. Mi piace questo spaccato di vita che stai facendo dipanare attraverso le tue parole e trovo coinvolgente il modo in cui lo esponi analizzando i due elementi per poi unirli.
Ci sarà mai un “lieto fine” nei tuoi racconti? ;o)
(…sai…. sono romantica!)
Un abbraccio
Joh
feb 28, 2012 @ 09:50:50
E’ triste portarsi dietro così grandi problemi infantili.
Condizionano la vita, e come in questo caso la rovinano.
Un sorriso
un applauso
Chiara
feb 28, 2012 @ 10:21:09
accidentaccio!
hanno avuto entrambi un’opportunità
un’ottima opportunità
e sono stati capaci, ingabbiati nel ruolo che hanno scelto
di sciuparla
la resistenza al cambiamento
la paura del possibile
paura del possibile…
ti prego dagli un’altra occasione si?
feb 28, 2012 @ 14:37:04
Accidenti! Mi chiedo dove si sta andando… dove si va qui? Con questi esempi da brivido? Eh? Son troppo veri, sono!
feb 28, 2012 @ 19:30:05
Ottima anche la seconda parte!
E io cambio preferenze: a oggi non mi piace nessuno dei due (nella prima puntata lui mi piaceva).
Sei molto bravo.
mar 01, 2012 @ 12:34:58
Che storia triste e direi squallida, Uriel. Squallida perché avrei voluto che tra loro fosse finita bene, Dove l’amore non trionfa, non può esserci che squallore.
Mi piace molto come scrivi, sei davvero bravo ed è un piacere leggerti.
A presto.
Buona giornata.
mar 10, 2012 @ 12:39:23
Un saluto Uriel.
Sereno fine settimana.
mar 10, 2012 @ 17:41:45
E’ un piacere leggerti, anche se questo
racconto in analizzi lascia un profondo senso
di malessere, un certo amaro in bocca….
Radiosa serata!!
Michelle