Un giorno di infinita Primavera

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Sempre si ripete
e ogni volta mi sembra un miracolo.

I giorni dalla tua ultima fioritura
scompaiono mentre mi perdo in te.
Così sei l’altra fioritura
e quella prima ancora.

Una eternità appena disturbata
dall’accidente del tempo
che ora è evanescente
soffocato com’è dalla bianca marea.

E i dolori e le perdite dell’ultimo anno
e gli errori e le vergogne
come anche gli orgogli
e i momenti lieti
son come lume di candela
contro la prepotenza buona del sole
e tutto svanisce in oblio.

E mentre ti ammiro
invidio.
Vorrei essere uno dei tuoi fiori
immemori della prossima caduta
che stanno lì, lieti e silenti tra gli altri fiori.
Immobile, anch’io silente
senza recare disturbo alcuno
a inebriarmi d’aria e di luce
fino allo stordimento,
a godermi la bellezza che mi circonda
e anche la mia.

Rifugi

Talvolta è un sentiero di fiori
a Primavera, l’aria che profuma,
e tra gli arbusti di colori ornati
uccellini cinguettano
come nelle migliori fiabe.
Altre volte è un paesaggio innevato
bambini e grandi dai vestiti multicolori
aria di festa intorno,
malgrado le grida e le risa
il silenzio severo dei monti prevale
e come la coltre algida isola suolo e cielo
i dolori del mondo lievi e sommessi giungono
come eco estranee e lontane.
Queste come altre scene
sono il mio paradiso segreto
stanze di cui io solo ho la chiave
dove conosco colori e odori.
e mentre tutto cambia
quei luoghi sempre sono e saranno.
Almeno finché io sarò.

Sfogliando colori

Photo_Album

Quando distesi a cerchio sull’erba,
boccate di sigaretta e fragranza di fiori
tra i canti, il cicaleccio e semiserie diatribe
quella stretta di mano.
Ricordi?
Quel correr via subito d’occhi.
E al mare?
Ci si spingeva e rincorreva
come gocce di schiuma giocavamo nell’acqua.
E nei giochi fugaci contatti
come rubati.
E la sera,
quando smontati alla john wayne dai motorini
ancora canti e risa e sguardi d’intesa!
Belli a vederci: mazzolini di sorrisi
come i ciclamini di bosco.
Quei balenar di ciglia
come ali d’uccello
sprizzavano bagliori,
i silenzi… pregni di messaggi.
Mi chiedo se siano bastate
le gocce di secondi di una notte
per centellinare fino in fondo
la gioia di esserci amati.

Resistere al male senza caderci dentro

(da: https://www.facebook.com/alessandro.barchiesi.35?fref=photo)

La tregua

2015

1° gennaio 2015, ore 02:00.

Il bello di una pagina bianca è che è tutta da scrivere. Può essere riempita di scarabocchi, di segni, di scrittura, di poesia, di disegni. Prima era bianca e dopo non lo è più: il tempo che passa. Il tempo passa e lascia un segno. A me però sembra che non passi mai, che sia fermo oppure che avanzi lentissimo. Vado alla poltrona, mi accomodo qualche istante e cerco di gustarmi la compilation di Channel Jazz, mi alzo, vado al tavolino, muovo qualche oggetto, qualche passo ancora e mi verso un po’ d’acqua, la sorseggio appena, torno alla poltrona poi di nuovo al tavolo, provo a guardare qualcosa su internet: scritture, notizie, biografie, ma non riesco a soffermarmi su niente. Torno alla poltrona. Cara pagina bianca, mi dispiace immensamente di averti sporcato. Te ne chiedo umilmente scusa, perché in questo momento non ho proprio nulla da scrivere. Le immagini che mi frullano per la testa sono indefinibili. Infatti, più che di immagini di sensazioni si tratta, forse emozioni a uno stato molto ma molto primordiale, un coacervo di percezioni interne che mi danno la scossa elettrica sotto la pelle. Dovessi raccontarle? Amo, odio, attendo, spero…
Suonano. E’ lei!

La strage degli innocenti

Ultraprecise CPU
frutto di raffinate nanotecnologie
scandiscono i gesti
nelle città dei Titani.
Corrono motori supercatalitici
là dov’erano gli arbusti e le canne,
l’MP3 supplisce al canto degli uccelli
nella giornata scandita dai display.
E la notte disperde pulsioni
nella fibra di vetro,
quando si accendono i LED
e si spengono le stelle.
Così che in parabole e cavi, anziché in radure boschive,
si vorrebbe costringere l’orgia delle Menadi.
Ma quelle, negata la sacra danza,
la trasmutano ora in scomposta marcia,
il tirso sul ginepro è lasciato,
l’allegria trasformata in furore bestiale.
Timpani e tamburelli e flauti e nocche
non più le estatiche movenze accompagnano
ma le oscene smorfie di quelle urlanti e digrignanti,
che con la bava alla bocca, le artigliate dita protese
e lorde di sangue innocente le vittime avvinghiano,
squarciano pelli, fanno scempio di membra e di ossa
roteando le pupille stravolte, prive del consueto senno,
da terrifici mostri agiscono gelidi orrori
  incuranti di gemiti e grida
e le tenere carni straziate lanciano al vento.
Intanto attorno volano droni.

 

Oasi

…e spaventato Dioniso nei flutti del mare s’immerse, Teti l’accolse in seno atterrito. (Iliade, Libro VI)

Messaggi ambivalenti
un’ermeneutica da scoprire
che ammiccano a universi profondi
che non posso afferrare.

E dentro,
dentro i messaggi del corpo
altrettanto ambigui
se pure seducenti
ma non posso tenerli
e mi rifugio nei sogni.

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