La tregua

2015

1° gennaio 2015, ore 02:00.

Il bello di una pagina bianca è che è tutta da scrivere. Può essere riempita di scarabocchi, di segni, di scrittura, di poesia, di disegni. Prima era bianca e dopo non lo è più: il tempo che passa. Il tempo passa e lascia un segno. A me però sembra che non passi mai, che sia fermo oppure che avanzi lentissimo. Vado alla poltrona, mi accomodo qualche istante e cerco di gustarmi la compilation di Channel Jazz, mi alzo, vado al tavolino, muovo qualche oggetto, qualche passo ancora e mi verso un po’ d’acqua, la sorseggio appena, torno alla poltrona poi di nuovo al tavolo, provo a guardare qualcosa su internet: scritture, notizie, biografie, ma non riesco a soffermarmi su niente. Torno alla poltrona. Cara pagina bianca, mi dispiace immensamente di averti sporcato. Te ne chiedo umilmente scusa, perché in questo momento non ho proprio nulla da scrivere. Le immagini che mi frullano per la testa sono indefinibili. Infatti, più che di immagini di sensazioni si tratta, forse emozioni a uno stato molto ma molto primordiale, un coacervo di percezioni interne che mi danno la scossa elettrica sotto la pelle. Dovessi raccontarle? Amo, odio, attendo, spero…
Suonano. E’ lei!

Agli amori finiti e infiniti

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La fine di un amore
è come una morte
è un inverno polare
che veste di squallida nebbia
è di ghiaccio di vento e di scuro
è rumore scomposto
che silenzia il respiro
che ti inchioda il pensiero
che ti offusca la vista
che ti offende il sentire.
Vaghi allora avanzando nel nulla
l’orso bianco cercando
che ti sbrani e divori
ipostasi di lacerazioni
dell’anima alle carni promosse.
Col cuore sospiri un letargo
lunghi mesi di fuga di vuoto e di oblio
e se dal profondo ti fa capolino
del risveglio l’attesa consueta
a una disperata Primavera
la brama pungente che sgorga
é dormire sedare sparire
e non svegliarsi mai più.

Quando lei andò via

Quando lei andò via
il gelo a la cenere
calarono cupamente
sulla campagna
sino a pocanzi riarsa
dal sole estivo.
Gli uccelli smisero di cantare
e così le cicale e i grilli
e tutti i rapaci notturni
Gli orologi si arrestarono
come in attesa
e il Dio del tempo pietoso
lasciò seppur indesiderato
solo il respiro
a misurare gli istanti
tutti uguali
tutti egualmente vuoti.
Ebbi visioni di donne
senz’anima
ebbre di piaceri immaturi
senza traffici di affetto
senza umana congiunzione.
Ebbi visioni di uomini
perduti nella perversione
ansiosi di ubriacarsi
di morte e di irreversibile dannarsi.
Solo la Luna
in un cielo senza stelle
sembrava comprendere
mostrandomi immenso
il suo volto a mezzo tagliato
ingoiato il resto del luminoso viso
dall’ombra sciagurata.
Sorella Luna ti tendo le braccia
e il pregno cuore ancor pulsante
espongo
che la sbiadita algida tua luce
dona qualche riflesso
come a supplir le latitanti stelle
al suo minuto piovigginar
di pianto.

Yet about love

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L’Amore è una mano tesa che cerca il tuo corpo
nelle ore più buie e al crepuscolo dell’alba
e gonfia il cuore coccola la mente quando incontra la tua.
E’ un orecchio attento che ti misura il respiro
che ti legge l’umore da un mezzo tono di voce da un gesto
è una scarica di adrenalina ad ogni trillo del telefono
è sbirciarti furtivo mentre mangi mentre dormi mentre godi
è un liquefarsi d’anima per ogni sorriso provocato
è l’imponderabilità che mi afferra nel camminarti a fianco
è l’orgoglio di mostrarti agli amici in una sera d’Estate
L’amore è nel tocco taumaturgico del tuo abbraccio.
E’quello che condivide ricordi e vissuti per ricomporli
nel colorato mosaico dell’intesa
L’amore è una radiosa promessa racchiusa in una conchiglia
che tu nascondi nella borsa io nella tasca
la sfioriamo in punta di dita nei momenti di solitudine
l’amore è il senso è il Nord è il sentiero è la rotta
che rende appagante questa nostra vita
non più gravoso affanno ma elettrizzante dono.
Sesso mi si offre ai bordi delle strade
e nelle occhiate complici di signore disinibite
ma l’amore no.

Madre

Afgana

Vola colomba bianca
mi cantavi ogni sera,
l’accompagnamento era il battito sommesso del mio cuore
che il rimbombo del guanciale mi restituiva cupo.
Con quelle ali di colomba
placavi le angosce del buio
e io scivolavo nei sogni
ad imparare nuovi giochi
a parlare, come sul pianerottolo
filtrati dall’ovale pertugio,
ai delicati raggi del sole pomeridiano
che tra le dita dei ricordi ancora corteggio.

Così, soavemente, il dolore scompare
mentre mi abbandono alla musica del tuo ricordo,
e, inaspettati, dallo spacciato cuore
i buoni sentimenti fan capolino,
fin quando ancora scende il sonno
e affondo, tra fragranze di mirto e di pino.

Madre
sempre ti porto dentro
sei tutte le donne, sei ogni donna.

AUGURI A TUTTE LE MAMME!

by Uriel

Storie 2

Lei.
Il padre di lei era dirigente di un importante ente pubblico. Era un padre-padrone, ma si mascherava da papà-buono. Rampollo di una famiglia di agrari toscana, di quelle che avevano alimentato il Fascismo nella generazione precedente, si era trasferito da giovane nella capitale e divenne subito un militante democristiano. Grazie alla DC fece carriera, meriti professionali non sembra ne abbia avuti, e si avvalse sempre delle posizioni di responsabilità, definite così per magnanimità, che via via andava occupando per rafforzare clientele e curare i propri interessi privati grazie al potere decisionale e finanziario che la collettività gli aveva affidato. La madre di lei era soggiogata completamente dalla volontà del marito – centro dell’universo – il quale precocemente aveva provveduto a ingessarla dentro una barriera di pregiudizi e precetti moralistici che consolidavano quelli già inculcati nella donna dall’educazione cattolica ricevuta. Lei, finalmente femmina al terzo tentativo, fu da subito oggetto della soffocante tutela del papà-buono: trattata da deficiente, in quanto femmina, e pressata dalla morale familiare per la quale la finalità ultima e unica della vita di una donna era quella di asservire l’uomo che avrebbe provveduto a tutte le sue esigenze (anzi, che le avrebbe insegnato quali fossero, come faceva appunto il papà buono), crebbe nella più totale insicurezza di sé. Questo a onta di un’intelligenza viva e di una brillante curiosità intellettuale. Per tutta l’infanzia e l’adolescenza lei ricercò, inutilmente, le braccia consolatrici e la complicità della madre sorda, cieca e muta a ogni istanza della figlia, se non per ripeterle le lezioni paterne. Quando fu grande abbastanza da essere pronta per il matrimonio, che durò poi quanto il fumo di una pipa, il papà buono le assicurò ad affitto “politico” l’attico di un immobile, di proprietà di un ente, in uno dei quartieri più ricercati della capitale, e quando si bandì un concorso adatto al suo titolo lei si recò alle prove scritte con la soluzione dei compiti in tasca. A quel punto, aveva una posizione da laureata, una casa, un contratto di lavoro a vita e una personalità ridotta a un insieme di cocci tenuti insieme col nastro adesivo. Si fece otto anni di analisi per poter finalmente tentare un atteggiamento critico nei confronti del papà-buono e della mamma-ghiacciolo. Divenne militante dell’ultra sinistra e adottò comportamenti apparentemente libertini e libertari, ma in effetti non fu più di una radical chic perché non riuscì mai a liberarsi completamente dai giudizi borghesi di origine familiare. Continuò sempre a soffrire dell’indifferenza materna, quella antica e quella attuale, e a ricercare la di lei attenzione, ricerca ora estesa a tutte le donne. Partecipava attivamente a tutti i momenti culturali che riguardassero la condizione femminile e la valorizzazione della figura della donna e andò sviluppando discrete capacità dialettiche insieme al raffinamento del senso critico nei rapporti interpersonali. Con le amiche però oscillava da un atteggiamento di povera-bimba a quello di madre-padrona, la maggior parte delle donne che frequentava la giudicò lunatica e ne prese le distanze, solo con le poche che potevano comprendere le sue problematiche instaurò relazioni profonde e durature. Grazie alla vita sociale e all’analisi recuperò in parte l’autostima, sebbene periodicamente si sentisse succube di un terribile sconforto esistenziale. Soprattutto, non riuscì mai a sradicare da sé il fascino del potere, inteso come possibilità di condizionare la vita degli altri dall’alto di una posizione dominante. Però nel lavoro e nell’attività politica rifiutava sempre un ruolo di responsabilità formalmente attribuito, ma bensì perseguiva quello di consigliere-ombra del capo (maschio).

Lui.
Lui era un ingegnere ambizioso di origine napoletana. Quando era più giovane la sposa non si presentò all’altare il giorno delle nozze. Si convinse, riconfermando tra sé quello che aveva sempre pensato, che l’unico modo per relazionarsi efficacemente col prossimo fosse quello di tenerlo saldamente per il collo da una posizione di potere. Per questa convinzione non esercitò mai la professione per la quale era stato assunto nell’istituto in cui lavorava (che era lo stesso di lei), ma puntò fin da subito sull’apparato amministrativo, là dove si gestivano soldi. Per molti era in odor di camorra, ma in effetti lui usava semplicemente i poteri del suo stato e le relazioni che ne derivavano per progredire nella carriera, senza farsi scrupolo alcuno di carattere morale o di valore sociale. Era viscido coi colleghi, ma sapeva come muoversi con chi stava in alto. Con gli avanzamenti di posizione la sua ambizione cresceva quanto diminuiva invece la stima di sé: faceva, sì, carriera, ma il rimpianto per quella professionalità mai esercitata non lo abbandonava mai. Sovrintendeva sotto il profilo finanziario quella degli altri e si vendicava dell’invidia provata seminando di ostacoli l’attività altrui quando questa non fosse di diretto interesse dei superiori. Nessuno lo ha mai visto sorridere, se non di quel sorriso complice che si scambiano i compari nell’architettura di un imbroglio o di quello del commerciante per la proficua transazione appena compiuta. Non aveva amici, solo pochi confidenti nell’ufficio, e passava interamente il tempo dei giorni feriali al lavoro. Alla sera navigava internet a pesca di donne e alternava le domeniche tra le visite alla vecchia madre nel napoletano e le uscite con il “pescato” catturato di fresco. Sembra che in quella sua pesca avesse successo (c’è sempre qualche giuda tra i confidenti!) e abbia collezionato un bel novero di donne, convinto di averle usate, consumate e gettate, ma più verosimilmente erano loro ad usare lui. Per quanto le ricercasse, le donne, in un certo senso erano il nemico, la loro autonomia e indipendenza erano pezzi di mitraglia puntati su di lui che ne aveva un terrore folle. Timidamente, dietro l’apparente indifferenza ostentata nei confronti del genere femminile per il quale sopravviveva in lui l’antico rancore, la speranza di incontrare quella che lo avrebbe finalmente “visto” oltre la corazza del funzionario atarassico in carriera ardeva in un angolino della sua coscienza. Quella coscienza che, intimamente e ben protetta da ogni sguardo esterno, malgrado i soldi, malgrado il potere, malgrado il successo volutamente effimero con le donne, non gli dava soddisfazione, gli ripeteva che non era diventato quello che realmente avrebbe desiderato essere, lo faceva sentire un uomo di merda.

Loro.
Si conobbero per esigenze lavorative e dalle prime battute si sentirono intrigati l’uno verso l’altra. Iniziarono a frequentarsi e l’occupazione maggiore era parlare, parlare e ancora parlare nel corso di lunghe passeggiate, mano nella mano, nelle campagne che circondavano la comune sede lavorativa. L’attrazione divenne innamoramento, si davano appuntamenti clandestini in posti ed ore improbabili, come una coppia di amanti. Lei trovò in lui uno sfogo ideale per la repressa sete di potere. Lui sentì per la prima volta di essere ascoltato e capito. Da lei, da una donna che osava contraddirlo e porlo di fronte alle sue contraddizioni, che sapeva interrogarlo, metterne a nudo l’anima. Quando arrivarono al letto fu però un disastro, nessuno dei due riusciva, come del resto mai aveva potuto farlo, a lasciarsi andare nella fusione con l’altro. Era la recita di una scena a luci rosse che presto stancò entrambi. La passione divenne tutta intellettiva, e divenne morbosa, impregnata di gelosia e di diffidenza. Ciascuno finì per rappresentare per l’altro quelle parti di sé che invece detestava e che non voleva vedere. Malgrado li avesse uniti il comune rimpianto per un destino diverso, un destino di affermazione e di sviluppo delle proprie autentiche potenzialità, i valori che di fatto agivano andavano nel senso contrario. Lui rimaneva uomo di potere e lei la donna del capo. Così le loro occasioni di incontro, significativamente sempre clandestine malgrado fossero entrambi liberi, si dilatarono. Prima una volta al mese (senza trascurare però le ispezioni telefoniche notturne), poi ogni tre mesi, poi ogni sei. La data del prossimo incontro è rimasta appesa in un futuro improbabile. Lei si fece altri sette anni di analisi. Di lui si sa che ha sposato una russa di quasi trent’anni più giovane.

Storie 1

Lei.
Lei abitava una casa del ‘600 posta nel centro storico del paese. L’abitazione era raggiungibile solo a piedi, un accesso alquanto scomodo per le comode abitudini moderne, percorrendo un vicolo stretto e oscuro su cui si affacciavano case vetuste, perlopiù disabitate, la cui struttura aveva certamente conosciuto tempi migliori. La casa di lei però era luminosa, avendo le aperture dal lato opposto al vicolo, là dove da un’ampia terrazza si poteva godere il panorama sottostante al paese. Quel luogo lei lo amava particolarmente e vi trascorreva la più ampia parte del tempo libero dal lavoro, curando le numerose piante, tutte dai fiori piccoli che lei prediligeva, e giocherellando col suo cane o con i piccoli animali esotici che lei collezionava. L’arredo della casa era tale da supplire alla vetusta austerità della costruzione con colori vividi, alle pareti poster che all’epoca della sua gioventù avevano fatto cultura e quadri naif da lei stessa dipinti. Il mobilio invece era in tono con lo stampo nobiliare della casa. Nonostante le molte scomodità, rispetto alle più moderne abitazioni, erano in molti a dire che le invidiavano quella casa. Il cane, dal nome ampolloso, apparteneva a una delle razze più rare e ricercate. Non le obbediva nel modo più assoluto! Non rispondeva alle chiamate o qualsiasi altro tipo di comando e lei non era mai riuscita a impedirgli di marcare il territorio in casa, ragione per la quale non era raro sorprenderla, scopettone in pugno, a stramaledire il nome del cane. Lei possedeva un SUV molto grande malgrado la sua famiglia fosse composta da solo due persone, ma non un SUV di quelli concepiti per i percorsi fuori strada, no, bensì un SUV da città, uno scatolone blu di prussia alto e ingombrante, di quelli che occupano un posto e mezzo nei parcheggi. Lei ogni volta che doveva uscire spendeva oltre un’ora a prepararsi, la prima mezz’ora era dedicata al trucco e alla cura del corpo in generale, il tempo successivo alla prova di tutti gli abbinamenti possibili del vestiario che la intrigava in quel momento. Quando finalmente si risolveva ad uscire lasciava una collina di panni a torreggiare dal letto. Così, perfetta nel trucco, nei colori,  negli abbinamenti, nel profumo, affrontava il Mondo. Ma non era persona che in pubblico cercava di evidenziarsi, anzi, per quanto poteva restava nella penombra. Di rado scendeva dall’auto, se non per fare acquisti mirati, le piaceva vagabondare in macchina e osservare, e basta. Solo se era in compagnia allora si azzardava ad allargare le sue escursioni o a partecipare ad eventi mondani o pubblici. Qui era sempre molto contenuta. Se, poniamo, assisteva a un concerto e, poniamo, c’era da accompagnare il ritmo insieme agli altri spettatori, ebbene lei osava battere le mani solo quando era ben convinta di farlo in modo perfetto e tanto discretamente da non essere in alcun modo notata. Lei non aveva amici, divideva la giornata tra il lavoro, la casa-fortezza e i litigi con l’unico figlio. Lei si sentiva invidiata da tutte le donne, e questa era la ragione per la quale dichiarava un bisogno disperato di amicizie femminili. Però le poche amiche le vedeva di rado e, di fatto, la sua vita sociale si limitava a quella professionale.
Quando era più giovane, raccontava, girava con una sconquassata 127 bianca e si sentiva trattata da tutti come una pezzente.

Lui.
Lui era una di quelle persone che riescono a sentirsi sole anche nel pieno della propria festa di compleanno. Si sentiva costantemente trasparente, invisibile. Ovunque fosse gli sembrava che tutti coloro che lo circondavano fossero uniti da una rete di cui lui non faceva parte. Si sentiva evanescente agli sguardi altrui come nebbia al sole. Sentiva , sì, gli sguardi su di sé, ma era per lui come se fossero occhiate rivolte che so, a un sasso, a una pianta, a un gatto, a un qualunque oggetto o vegetale o animale che disegnava l’ambiente. Lui c’era e non c’era. Avrebbe invece desiderato sentirsi oggetto dell’interesse, del desiderio di qualcuno, di influire anche se di poco nella vita, nei pensieri e nei sentimenti altrui. Eppure la realtà lo smentiva continuamente: aveva avuto ed aveva la considerazione e l’affetto di amici e colleghi. Riceveva inviti, telefonate. Ma lui vedeva queste considerazioni come un comportamento dovuto in ragione del proprio ruolo, non come il risultato del fascino esercitato dall’attore che “prende” la scena, pronuncia la magica frase – A me gli occhi please! – e tutto il resto svanisce. Così non cercava mai gli amici, se non le volte in cui organizzava pranzi pantagruelici per affollare la sua vita solitaria, o aveva emozioni tanto forti che condividerle era un sollievo. Nei momenti di malinconia e di depressione si rinchiudeva in un impenetrabile isolamento. Lui era sempre l’ultimo a lasciare l’ufficio a sera inoltrata. Viveva in una casa troppo grande per lui solo e occupava o ingannava il tempo libero dei week end perlopiù in cose inutili e tutt’altro che urgenti che gli davano però la sensazione di essere costantemente chiamato a qualche dovere da ottemperare. Nei rapporti cogli altri, al primo impatto era Zelig: si ingegnava di essere musicista coi musicisti, atleta cogli sportivi, muratore coi muratori, idraulico cogli idraulici, e così via. Ne risultavano conversazioni vuote e banali e relazioni che si esaurivano al calar del sole.

Loro.
Per una di quelle circostanze strane e improbabili della vita accadde loro di conoscersi e ciascuno iniziò a recitare la sua parte preferita. Ovvero, lui assecondava perfettamente tutti gli accenni a un qualsiasi argomento lei proponesse e lei, convinta che sarebbe rimasta anonima e dimenticata, liberava da ogni freno la sua fantasia verbale. Invece continuarono, e fu attrazione fatale. Lei aveva trovato uno spettatore per il quale poteva recitare liberamente tutti quei ruoli che non si sarebbe mai consentita di esibire in pubblico o in quella, che a lei sembrava fosse, la vita reale. Lui poteva recitare tutte le parti che il gioco di lei gli richiedeva, non parendogli vero di attrarre finalmente un’attenzione esclusiva. In qualche modo, pur essendo due isole, ciascuno lasciò che l’altro lo compenetrasse. Così si conobbero meglio a onta delle maschere che indossavano. Ciascuno vedeva la falsità, il vuoto e i terrori dell’altro, ma fino a un certo punto. L’avanzata dell’altro nella propria intimità era arrestata risolutamente non appena questi fosse giunto per avventura sotto le alte mura di gerico del nucleo dell’Io più profondo, là doveva si sarebbe forse trovata la cura. Così la relazione fu limitata alla scorza delle loro personalità e la la mancanza di prospettive reali che pervadeva il tutto, consolidata da una effettivamente scarsa comunanza di interessi, finì poco alla volta a palesarsi. Non solo, certo dell’impunità e senza tema di vergogna ognuno dei due non ebbe remore a mettere in campo la parte peggiore, la più infantile e ridicola, del proprio essere. Così iniziarono i diverbi, che poi divennero aperti dissidi e infine feroci scontri. Finì con lo scambio dei peggiori insulti.

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