La tregua

2015

1° gennaio 2015, ore 02:00.

Il bello di una pagina bianca è che è tutta da scrivere. Può essere riempita di scarabocchi, di segni, di scrittura, di poesia, di disegni. Prima era bianca e dopo non lo è più: il tempo che passa. Il tempo passa e lascia un segno. A me però sembra che non passi mai, che sia fermo oppure che avanzi lentissimo. Vado alla poltrona, mi accomodo qualche istante e cerco di gustarmi la compilation di Channel Jazz, mi alzo, vado al tavolino, muovo qualche oggetto, qualche passo ancora e mi verso un po’ d’acqua, la sorseggio appena, torno alla poltrona poi di nuovo al tavolo, provo a guardare qualcosa su internet: scritture, notizie, biografie, ma non riesco a soffermarmi su niente. Torno alla poltrona. Cara pagina bianca, mi dispiace immensamente di averti sporcato. Te ne chiedo umilmente scusa, perché in questo momento non ho proprio nulla da scrivere. Le immagini che mi frullano per la testa sono indefinibili. Infatti, più che di immagini di sensazioni si tratta, forse emozioni a uno stato molto ma molto primordiale, un coacervo di percezioni interne che mi danno la scossa elettrica sotto la pelle. Dovessi raccontarle? Amo, odio, attendo, spero…
Suonano. E’ lei!

SPAM

SpamCarlo non poteva credere ai suoi occhi: Maura gli aveva girato un messaggio di spam! Quando quella mattina aveva esaminato la posta gli era saltata subito agli occhi la mail di Maura. Lei, persona seria e dai pensieri profondi,  non gli scriveva frequentemente ma quando questo accadeva era sempre per coinvolgerlo in qualche iniziativa, per invitarlo a un qualche evento o per proporgli argomenti di riflessione. Maura non amava la posta elettronica, anzi per essere più precisi non amava proprio l’uso della tecnologia nelle relazioni personali. Quando aveva da comunicargli qualcosa di solito usava carta e penna e gli faceva pervenire una lettera o un biglietto autografo. Erano stati insieme tre anni lui e Maura, la conosceva bene. Perciò rimase di stucco quando vide che l’allegato al messaggio era un file pps, formato presentazione, dal titolo inquietante di “Test tibetano”. Era uso cestinare quei messaggi senza neppure aprirli. Il fatto però che lo avesse inviato Maura lo incuriosiva, e non c’era dubbio che lo avesse inviato proprio Maura: le due righe di accompagnamento usavano espressioni che erano proprie di lei. Così si sorbì un numero che gli sembrò infinito di diapositive zeppe di domande insulse precedute, in introduzione, dall’informazione che il test proveniva direttamente dal Delai Lama, nonché dall’esortazione, ripetuta più volte anche nel corso della presentazione, ad esprimere un DESIDERIO (proprio così, a caratteri cubitali e infiorati come a sottolinearne la qualità). Avrebbe poi dovuto rispondere istintivamente alle domande poste senza stare su a pensarci e nel minor tempo possibile e prendere nota delle risposte. In  coda alla presentazione seguivano, come è tipico di queste catene, una sfilza di benedizioni , prima fra tutte l’esaudirsi del desiderio espresso, nel caso avesse a sua volta girato la mail a un novero di persone, il cui numero derivava da un algoritmo basato sulle risposte.
Maura, Maura… pensò. Poi la chiamò. Presero subito a scherzare e a prendersi in giro, poi a parlare di cose più serie, tanto che si dimenticò di chiederle il motivo di quella mail o, nel caso lo abbia fatto, non aveva memorizzato né la domanda né la risposta. La conversazione si chiuse con un invito a cena da parte di Carlo. Ma sì, faceva sempre piacere avere a cena una vecchia amica, nonché fiamma, erano poche le donne con cui era rimasto amico dopo una storia e Maura era una di quelle. Sarebbe stata una gradevole compagnia per lui che, ormai da anni, dal tempo della separazione, viveva e cenava da solo. Non che la cosa gli dispiacesse. Si era sentito  disperatamente solo pur vivendo in coppia durante gli ultimi anni di matrimonio, quelli della crisi. E dava la colpa alla poverina della ex-moglie. Ora, perlomeno, poteva dare la colpa solo a sé stesso. L’anima orsa si era rivelata e, fatte salve eccezioni come quella della serata imminente, la sua propria compagnia era di gran lunga quella che preferiva.
Restava da stabilire se cucinare o prendere due pizze al take away. Lo avrebbe deciso a suo tempo, stabilì sorridendo tra sé e sé con goduria. Il desiderio che aveva espresso era stato quello di mangiare pizza per cena e ora gongolava all’idea di convalidare o di smentire la profezia del Delai Lama.

Quando Maurizio incontrò…

Quando Maurizio incontrò la Morte stava stirando. Aveva sentito dei rumori provenire dal piano di sopra, come di qualcuno che si muovesse senza familiarità con l’ambiente. Lì per lì aveva pensato ai ladri e subito una sorda collera, non priva però di una certa apprensione, gli era salita dallo stomaco. Depose il ferro sulla caldaia, con circospezione mosse verso la scala e se la trovò davanti. Non somigliava a nessuna delle tante immagini in cui era raffigurata sui libri e nei film, ma come la vide Maurizio seppe che si trattava di lei.

“E’ la fine?” chiese.

“Si” rispose la Morte.

Maurizio pensò che era ancora giovane, che non se la aspettava, che aveva ancora tante cose da fare. Poi convenne con sé stesso che in fondo per tutti era così.

“Sarà doloroso?” chiese alla Morte.

“Un breve dolore molto intenso, poi perderai i sensi e scivolerai via dolcemente”.

Maurizio rifletté che tutto sommato era stato fortunato. Ripensava a parenti, amici e conoscenti che erano passati “a miglior vita” dopo una lunga agonia e sofferenze anche atroci.

“Dove andrò?” – chiese ancora Maurizio – “Dove mi porterai?”

“Da nessuna parte. Sarà la fine e basta, la tua esistenza finisce qui!” rispose la Morte.

Vedendo che la Morte rispondeva alle sue domande Maurizio fu tentato di portarla per le lunghe a chiacchiere. Sorridendo tra sé si ricordò di quando era bambino e la signora Gina veniva a fargli le punture. Allora si inventava mille e uno argomenti e domande pur di rimandare al più tardi possibile il momento fatidico del buco. Quello però arrivava sempre. Memore dell’angoscia di allora, e riluttante come era sempre stato all’idea delle agonie, rinunciò a quel proposito.

Aveva però il forte desiderio di sentire che in qualche modo qualcosa della sua esistenza sarebbe sopravissuto, che non sarebbe stato proprio “la fine e basta”. Sfoderando quello pensava fosse il più accattivante dei suoi sorrisi chiese alla Morte:

“Posso esprimere un ultimo desiderio, come nelle migliori tradizioni?”

“Dipende dal desiderio” rispose la Morte con un ghigno da sfottò.

“Che cosa lascio?”

“Qualcosa di bene e qualcosa di male” accondiscese la Morte.

“Cioè, potresti spiegarti meglio?” insisté Maurizio.

Allora la Morte gli raccontò tutto quello che lui aveva seminato nella vita degli altri: figli, amanti, amici, compagni di lavoro, vicini e così via. Gli rappresentò come ogni sua parola, ogni suo comportamento avevano influenzato, in misura dove maggiore dove minore, il destino delle persone con le quali era stato in contatto nell’intero arco della sua vita. Gli raccontò di come le persone che lo avevano amato lo avrebbero interiorizzato e come egli sarebbe così divenuto una parte della loro personalità per tutta la vita. Gli raccontò come i nipoti lo avrebbero ricordato, sia coscientemente che come sentimento stampato nelle carni dalle loro percezioni precoci. Gli raccontò l’evoluzione della sua casa, dei suoi oggetti più cari, di come la sua esistenza aveva determinato il destino di quei materiali nel seguire proprio quella traiettoria tra le infinite possibili nello spazio e nel tempo. Andò ancora oltre l’immediato futuro, estendendo il racconto agli effetti più rilevanti che si sarebbero trasmessi a coloro che avrebbero conosciuto quelli che lui aveva conosciuto e così via come in un’esplosione di fuochi d’artificio. Maurizio seguiva i racconti della Morte con gli occhi gonfi di commozione, esultando ad ogni effetto benefico provocato da lui e vergognandosi per quelli invece più sgraditi. Non mancarono i momenti di divertimento, come quando la Morte gli raccontò l’evoluzione negli anni a venire dei materiali che avevano costituito le sue pantofole che sarebbero diventate qualcosa di completamente diverso.

“Si vede che la Morte è padrona del tempo” – rifletteva Maurizio – “questi racconti sembrano durare secoli e invece non possono aver preso che pochi minuti, se vogliamo restare nella realtà”.

Tutta quell’evoluzione e quegli sviluppi, infatti, gli erano piombati addosso sommergendolo come si fosse trattato di una enorme onda di conoscenza capace di contenerli tutti. Mentre seguiva col fiato sospeso le profezie della Morte si era immerso, senza rendersene conto, in una prospettiva esterna a lui stesso, in una visione di sé affatto spersonalizzata. Gli pareva di osservare l’Universo da un punto privilegiato al suo esterno, un Universo che lo conteneva, o meglio data la situazione, che lo aveva contenuto allo stesso modo di come un’orchestra può contenere uno strumento nell’esecuzione di una sinfonia. Lui, la sua vita, aveva partecipato a un movimento del tema, che era preparatorio ad un altro movimento, al quale ne sarebbero seguiti altri ancora e ancora. Tutto sempre nuovo epperò costruito dai predecessori. Vedeva sé stesso che da una parte si diluiva, dall’altra invece andava a costituire la struttura di una costellazione sempre più grande. Era sbalordito.

“Sei pronto?” gli chiese la Morte quando ebbe finito il racconto.

“Si”.

Lo trovò la figlia due giorni dopo. Era preoccupata perché non rispondeva alle telefonate.

Pur nel dolore, fu stupita e confortata nel trovarlo con un’aria tanto serena.

Storie 2

Lei.
Il padre di lei era dirigente di un importante ente pubblico. Era un padre-padrone, ma si mascherava da papà-buono. Rampollo di una famiglia di agrari toscana, di quelle che avevano alimentato il Fascismo nella generazione precedente, si era trasferito da giovane nella capitale e divenne subito un militante democristiano. Grazie alla DC fece carriera, meriti professionali non sembra ne abbia avuti, e si avvalse sempre delle posizioni di responsabilità, definite così per magnanimità, che via via andava occupando per rafforzare clientele e curare i propri interessi privati grazie al potere decisionale e finanziario che la collettività gli aveva affidato. La madre di lei era soggiogata completamente dalla volontà del marito – centro dell’universo – il quale precocemente aveva provveduto a ingessarla dentro una barriera di pregiudizi e precetti moralistici che consolidavano quelli già inculcati nella donna dall’educazione cattolica ricevuta. Lei, finalmente femmina al terzo tentativo, fu da subito oggetto della soffocante tutela del papà-buono: trattata da deficiente, in quanto femmina, e pressata dalla morale familiare per la quale la finalità ultima e unica della vita di una donna era quella di asservire l’uomo che avrebbe provveduto a tutte le sue esigenze (anzi, che le avrebbe insegnato quali fossero, come faceva appunto il papà buono), crebbe nella più totale insicurezza di sé. Questo a onta di un’intelligenza viva e di una brillante curiosità intellettuale. Per tutta l’infanzia e l’adolescenza lei ricercò, inutilmente, le braccia consolatrici e la complicità della madre sorda, cieca e muta a ogni istanza della figlia, se non per ripeterle le lezioni paterne. Quando fu grande abbastanza da essere pronta per il matrimonio, che durò poi quanto il fumo di una pipa, il papà buono le assicurò ad affitto “politico” l’attico di un immobile, di proprietà di un ente, in uno dei quartieri più ricercati della capitale, e quando si bandì un concorso adatto al suo titolo lei si recò alle prove scritte con la soluzione dei compiti in tasca. A quel punto, aveva una posizione da laureata, una casa, un contratto di lavoro a vita e una personalità ridotta a un insieme di cocci tenuti insieme col nastro adesivo. Si fece otto anni di analisi per poter finalmente tentare un atteggiamento critico nei confronti del papà-buono e della mamma-ghiacciolo. Divenne militante dell’ultra sinistra e adottò comportamenti apparentemente libertini e libertari, ma in effetti non fu più di una radical chic perché non riuscì mai a liberarsi completamente dai giudizi borghesi di origine familiare. Continuò sempre a soffrire dell’indifferenza materna, quella antica e quella attuale, e a ricercare la di lei attenzione, ricerca ora estesa a tutte le donne. Partecipava attivamente a tutti i momenti culturali che riguardassero la condizione femminile e la valorizzazione della figura della donna e andò sviluppando discrete capacità dialettiche insieme al raffinamento del senso critico nei rapporti interpersonali. Con le amiche però oscillava da un atteggiamento di povera-bimba a quello di madre-padrona, la maggior parte delle donne che frequentava la giudicò lunatica e ne prese le distanze, solo con le poche che potevano comprendere le sue problematiche instaurò relazioni profonde e durature. Grazie alla vita sociale e all’analisi recuperò in parte l’autostima, sebbene periodicamente si sentisse succube di un terribile sconforto esistenziale. Soprattutto, non riuscì mai a sradicare da sé il fascino del potere, inteso come possibilità di condizionare la vita degli altri dall’alto di una posizione dominante. Però nel lavoro e nell’attività politica rifiutava sempre un ruolo di responsabilità formalmente attribuito, ma bensì perseguiva quello di consigliere-ombra del capo (maschio).

Lui.
Lui era un ingegnere ambizioso di origine napoletana. Quando era più giovane la sposa non si presentò all’altare il giorno delle nozze. Si convinse, riconfermando tra sé quello che aveva sempre pensato, che l’unico modo per relazionarsi efficacemente col prossimo fosse quello di tenerlo saldamente per il collo da una posizione di potere. Per questa convinzione non esercitò mai la professione per la quale era stato assunto nell’istituto in cui lavorava (che era lo stesso di lei), ma puntò fin da subito sull’apparato amministrativo, là dove si gestivano soldi. Per molti era in odor di camorra, ma in effetti lui usava semplicemente i poteri del suo stato e le relazioni che ne derivavano per progredire nella carriera, senza farsi scrupolo alcuno di carattere morale o di valore sociale. Era viscido coi colleghi, ma sapeva come muoversi con chi stava in alto. Con gli avanzamenti di posizione la sua ambizione cresceva quanto diminuiva invece la stima di sé: faceva, sì, carriera, ma il rimpianto per quella professionalità mai esercitata non lo abbandonava mai. Sovrintendeva sotto il profilo finanziario quella degli altri e si vendicava dell’invidia provata seminando di ostacoli l’attività altrui quando questa non fosse di diretto interesse dei superiori. Nessuno lo ha mai visto sorridere, se non di quel sorriso complice che si scambiano i compari nell’architettura di un imbroglio o di quello del commerciante per la proficua transazione appena compiuta. Non aveva amici, solo pochi confidenti nell’ufficio, e passava interamente il tempo dei giorni feriali al lavoro. Alla sera navigava internet a pesca di donne e alternava le domeniche tra le visite alla vecchia madre nel napoletano e le uscite con il “pescato” catturato di fresco. Sembra che in quella sua pesca avesse successo (c’è sempre qualche giuda tra i confidenti!) e abbia collezionato un bel novero di donne, convinto di averle usate, consumate e gettate, ma più verosimilmente erano loro ad usare lui. Per quanto le ricercasse, le donne, in un certo senso erano il nemico, la loro autonomia e indipendenza erano pezzi di mitraglia puntati su di lui che ne aveva un terrore folle. Timidamente, dietro l’apparente indifferenza ostentata nei confronti del genere femminile per il quale sopravviveva in lui l’antico rancore, la speranza di incontrare quella che lo avrebbe finalmente “visto” oltre la corazza del funzionario atarassico in carriera ardeva in un angolino della sua coscienza. Quella coscienza che, intimamente e ben protetta da ogni sguardo esterno, malgrado i soldi, malgrado il potere, malgrado il successo volutamente effimero con le donne, non gli dava soddisfazione, gli ripeteva che non era diventato quello che realmente avrebbe desiderato essere, lo faceva sentire un uomo di merda.

Loro.
Si conobbero per esigenze lavorative e dalle prime battute si sentirono intrigati l’uno verso l’altra. Iniziarono a frequentarsi e l’occupazione maggiore era parlare, parlare e ancora parlare nel corso di lunghe passeggiate, mano nella mano, nelle campagne che circondavano la comune sede lavorativa. L’attrazione divenne innamoramento, si davano appuntamenti clandestini in posti ed ore improbabili, come una coppia di amanti. Lei trovò in lui uno sfogo ideale per la repressa sete di potere. Lui sentì per la prima volta di essere ascoltato e capito. Da lei, da una donna che osava contraddirlo e porlo di fronte alle sue contraddizioni, che sapeva interrogarlo, metterne a nudo l’anima. Quando arrivarono al letto fu però un disastro, nessuno dei due riusciva, come del resto mai aveva potuto farlo, a lasciarsi andare nella fusione con l’altro. Era la recita di una scena a luci rosse che presto stancò entrambi. La passione divenne tutta intellettiva, e divenne morbosa, impregnata di gelosia e di diffidenza. Ciascuno finì per rappresentare per l’altro quelle parti di sé che invece detestava e che non voleva vedere. Malgrado li avesse uniti il comune rimpianto per un destino diverso, un destino di affermazione e di sviluppo delle proprie autentiche potenzialità, i valori che di fatto agivano andavano nel senso contrario. Lui rimaneva uomo di potere e lei la donna del capo. Così le loro occasioni di incontro, significativamente sempre clandestine malgrado fossero entrambi liberi, si dilatarono. Prima una volta al mese (senza trascurare però le ispezioni telefoniche notturne), poi ogni tre mesi, poi ogni sei. La data del prossimo incontro è rimasta appesa in un futuro improbabile. Lei si fece altri sette anni di analisi. Di lui si sa che ha sposato una russa di quasi trent’anni più giovane.

Storie 1

Lei.
Lei abitava una casa del ‘600 posta nel centro storico del paese. L’abitazione era raggiungibile solo a piedi, un accesso alquanto scomodo per le comode abitudini moderne, percorrendo un vicolo stretto e oscuro su cui si affacciavano case vetuste, perlopiù disabitate, la cui struttura aveva certamente conosciuto tempi migliori. La casa di lei però era luminosa, avendo le aperture dal lato opposto al vicolo, là dove da un’ampia terrazza si poteva godere il panorama sottostante al paese. Quel luogo lei lo amava particolarmente e vi trascorreva la più ampia parte del tempo libero dal lavoro, curando le numerose piante, tutte dai fiori piccoli che lei prediligeva, e giocherellando col suo cane o con i piccoli animali esotici che lei collezionava. L’arredo della casa era tale da supplire alla vetusta austerità della costruzione con colori vividi, alle pareti poster che all’epoca della sua gioventù avevano fatto cultura e quadri naif da lei stessa dipinti. Il mobilio invece era in tono con lo stampo nobiliare della casa. Nonostante le molte scomodità, rispetto alle più moderne abitazioni, erano in molti a dire che le invidiavano quella casa. Il cane, dal nome ampolloso, apparteneva a una delle razze più rare e ricercate. Non le obbediva nel modo più assoluto! Non rispondeva alle chiamate o qualsiasi altro tipo di comando e lei non era mai riuscita a impedirgli di marcare il territorio in casa, ragione per la quale non era raro sorprenderla, scopettone in pugno, a stramaledire il nome del cane. Lei possedeva un SUV molto grande malgrado la sua famiglia fosse composta da solo due persone, ma non un SUV di quelli concepiti per i percorsi fuori strada, no, bensì un SUV da città, uno scatolone blu di prussia alto e ingombrante, di quelli che occupano un posto e mezzo nei parcheggi. Lei ogni volta che doveva uscire spendeva oltre un’ora a prepararsi, la prima mezz’ora era dedicata al trucco e alla cura del corpo in generale, il tempo successivo alla prova di tutti gli abbinamenti possibili del vestiario che la intrigava in quel momento. Quando finalmente si risolveva ad uscire lasciava una collina di panni a torreggiare dal letto. Così, perfetta nel trucco, nei colori,  negli abbinamenti, nel profumo, affrontava il Mondo. Ma non era persona che in pubblico cercava di evidenziarsi, anzi, per quanto poteva restava nella penombra. Di rado scendeva dall’auto, se non per fare acquisti mirati, le piaceva vagabondare in macchina e osservare, e basta. Solo se era in compagnia allora si azzardava ad allargare le sue escursioni o a partecipare ad eventi mondani o pubblici. Qui era sempre molto contenuta. Se, poniamo, assisteva a un concerto e, poniamo, c’era da accompagnare il ritmo insieme agli altri spettatori, ebbene lei osava battere le mani solo quando era ben convinta di farlo in modo perfetto e tanto discretamente da non essere in alcun modo notata. Lei non aveva amici, divideva la giornata tra il lavoro, la casa-fortezza e i litigi con l’unico figlio. Lei si sentiva invidiata da tutte le donne, e questa era la ragione per la quale dichiarava un bisogno disperato di amicizie femminili. Però le poche amiche le vedeva di rado e, di fatto, la sua vita sociale si limitava a quella professionale.
Quando era più giovane, raccontava, girava con una sconquassata 127 bianca e si sentiva trattata da tutti come una pezzente.

Lui.
Lui era una di quelle persone che riescono a sentirsi sole anche nel pieno della propria festa di compleanno. Si sentiva costantemente trasparente, invisibile. Ovunque fosse gli sembrava che tutti coloro che lo circondavano fossero uniti da una rete di cui lui non faceva parte. Si sentiva evanescente agli sguardi altrui come nebbia al sole. Sentiva , sì, gli sguardi su di sé, ma era per lui come se fossero occhiate rivolte che so, a un sasso, a una pianta, a un gatto, a un qualunque oggetto o vegetale o animale che disegnava l’ambiente. Lui c’era e non c’era. Avrebbe invece desiderato sentirsi oggetto dell’interesse, del desiderio di qualcuno, di influire anche se di poco nella vita, nei pensieri e nei sentimenti altrui. Eppure la realtà lo smentiva continuamente: aveva avuto ed aveva la considerazione e l’affetto di amici e colleghi. Riceveva inviti, telefonate. Ma lui vedeva queste considerazioni come un comportamento dovuto in ragione del proprio ruolo, non come il risultato del fascino esercitato dall’attore che “prende” la scena, pronuncia la magica frase – A me gli occhi please! – e tutto il resto svanisce. Così non cercava mai gli amici, se non le volte in cui organizzava pranzi pantagruelici per affollare la sua vita solitaria, o aveva emozioni tanto forti che condividerle era un sollievo. Nei momenti di malinconia e di depressione si rinchiudeva in un impenetrabile isolamento. Lui era sempre l’ultimo a lasciare l’ufficio a sera inoltrata. Viveva in una casa troppo grande per lui solo e occupava o ingannava il tempo libero dei week end perlopiù in cose inutili e tutt’altro che urgenti che gli davano però la sensazione di essere costantemente chiamato a qualche dovere da ottemperare. Nei rapporti cogli altri, al primo impatto era Zelig: si ingegnava di essere musicista coi musicisti, atleta cogli sportivi, muratore coi muratori, idraulico cogli idraulici, e così via. Ne risultavano conversazioni vuote e banali e relazioni che si esaurivano al calar del sole.

Loro.
Per una di quelle circostanze strane e improbabili della vita accadde loro di conoscersi e ciascuno iniziò a recitare la sua parte preferita. Ovvero, lui assecondava perfettamente tutti gli accenni a un qualsiasi argomento lei proponesse e lei, convinta che sarebbe rimasta anonima e dimenticata, liberava da ogni freno la sua fantasia verbale. Invece continuarono, e fu attrazione fatale. Lei aveva trovato uno spettatore per il quale poteva recitare liberamente tutti quei ruoli che non si sarebbe mai consentita di esibire in pubblico o in quella, che a lei sembrava fosse, la vita reale. Lui poteva recitare tutte le parti che il gioco di lei gli richiedeva, non parendogli vero di attrarre finalmente un’attenzione esclusiva. In qualche modo, pur essendo due isole, ciascuno lasciò che l’altro lo compenetrasse. Così si conobbero meglio a onta delle maschere che indossavano. Ciascuno vedeva la falsità, il vuoto e i terrori dell’altro, ma fino a un certo punto. L’avanzata dell’altro nella propria intimità era arrestata risolutamente non appena questi fosse giunto per avventura sotto le alte mura di gerico del nucleo dell’Io più profondo, là doveva si sarebbe forse trovata la cura. Così la relazione fu limitata alla scorza delle loro personalità e la la mancanza di prospettive reali che pervadeva il tutto, consolidata da una effettivamente scarsa comunanza di interessi, finì poco alla volta a palesarsi. Non solo, certo dell’impunità e senza tema di vergogna ognuno dei due non ebbe remore a mettere in campo la parte peggiore, la più infantile e ridicola, del proprio essere. Così iniziarono i diverbi, che poi divennero aperti dissidi e infine feroci scontri. Finì con lo scambio dei peggiori insulti.

sam

Saṃsāra

(4.a e ultima puntata)

“Porcoddio!” Recitò mentalmente Stephen. Lo faceva ogni sera, nel momento in cui realizzava di essere troppo esausto per lavorare ancora e che continuare a farlo non avrebbe prodotto alcunché. Con il mignolo della mano sinistra, l’unico organo che riusciva a muovere, premette il pulante blu che avviava la procedura di spegnimento dei dispositivi. Dio, Dio… la parola che si proponeva con maggiore insistenza nei suoi scritti. Solo Dio poteva curarlo. E Dio non sembrava molto interessato a farlo.
Era stata una sfida continua, ma in fondo, pensò, con chi poteva prendersela se non con sé stesso.
Diresse la sedia a rotelle automatizzata, una Storm Arrow rossa fiammante come una Ferrari, verso la vetrata e si concesse un istante di contemplazione della Oxford notturna. Aspirò profondamente, gli pareva di assaporare non solo l’aria ma l’atmosfera culturale della sua città, e immaginò gli studenti infervorati in discussioni senza fine attorno ai tavoli dei pub. Quel pensiero lo rimandava indietro di ere geologiche, quando era come loro un giovane pieno di entusiasmo e di sogni, ma che si sentiva forte, forte e bravo come nessun altro che conosceva. Riviveva allora, in quei ricordi, tutta l’esaltazione che accompagnava le sue elucubrazioni, la felicità che lo permeava quando presentava a tutti un risultato. E poi ancora i riconoscimenti dei professori, il diventare un mito per i suoi compagni. Poi le mazzate. Erano quelli momenti in cui riusciva a cogliere tutta la sua vita in un unico abbraccio. I giorni della fatica, quelli della gratificazione, quelli del dolore e dell’angoscia gli apparivano nella mente come strati di diapositive sovrapposti in una pila, ciascuna immagine autosufficiente di significato eppure tutte fuse inscindibilmente in un unico evento. Ripensò alle donne, agli amori della sua vita. Tutte avevano investito affettivamente alla grande su di lui. E lui come aveva ricambiato quella tenerezza? Con docce gelate, con atteggiamenti che a volte rasentavano la crudeltà mentale. Sì, riconobbe, forse si era comportato proprio da stronzo con le sue donne, ma forse, riteneva di essere abbastanza intelligente per poterlo comprendere, era proprio questo che loro volevano da lui. In fondo la Verità, come Dio del resto, è ermafrodita.Era stato un lungo cammino quello che lo aveva portato a concludere che ogni cosa racchiude in sé il suo contrario e probabilmente anche dell’altro. Aveva concluso che l’Universo è aperto in ogni concepibile senso e che non è possibile eliminare del tutto l’autoreferenzialità, così come è impossibile rendere auto-consistente qualunque conoscenza. Stephen Hawking, la forma umana assunta dalla sua più recente (almeno in questo sistema di riferimento) reincarnazione, premette il pulsante che avvertiva Wilma, la sua attuale nursemammaschiavaamante, che era pronto per coricarsi e avviò la Storm Arrow verso l’ala notturna della casa. Col solito dito rispose alla richiesta di arresto del sistema e si accinse all’ennesima notte che, diversamente dalla veglia, sarebbe stata spopolata di stelle. Come una scintilla rossa che si estingue nel buio scomparve nella penombra del corridoio, lasciando dietro di sè il commiato del mega-schermo: Monitor is going to sleep.

Fine

sam

Saṃsāra

(3.a puntata)

Quella notte aveva sognato  Lucia, l’idolo della sua infanzia. Non riusciva più a ricordare che età avesse quando si era innamorato di  Lucia, né ricordava per quanto tempo quella sbornia di sentimento era durata. Forse tre – quattro anni, dagli otto agli undici anni di età.  Lucia era stata la protagonista dei suoi sogni, quelli ad occhi aperti e quelli nel letto. Sempre gli appariva splendente. Riccioli biondi, occhi chiari, lineamenti che a lui sembravano perfetti, somigliava alle eroine-protagoniste di molti dei racconti illustrati che gli erano piaciuti di più, in special modo, rammentava, pareva proprio che l’Angelica (anche il nome le si addiceva!) disegnata da un illustratore di storie medievali fosse proprio il ritratto di lei. O forse era il contrario, lo colpivano solo le immagini di quelle fanciulle che somigliavano a  Lucia. Quanto fantasticava su quelle immagini! Trascorreva ore rigirando il libro per le mani a sognare di adorare  Lucia, di salvare  Lucia, di proteggere  Lucia…
Lei ,  Lucia, era la nipote dell’Avv. Theodor Williamson, il suo padrone nonché il padre di Horace. Il nome era di origine europea perché una delle sorelle di Theodor aveva sposato un italiano.Theodor Williamson (che la moglie chiamava per gli altri sempre e solo “l’Avvocato”) e sua moglie Marisol avevano due figli: Horace, di poco più piccolo di lui e Stella la sorellina di Horace, più giovane del fratello di un paio d’anni, almeno così gli pareva di ricordare. Tutto sommato lui Thomas Albight, il piccolo Tommy, era stato fortunato, perlomeno nei limiti in cui si può parlare di fortuna nella sventura: nero, figlio di schiavi e schiavo a sua volta, nato nella vasta tenuta in Virginia dei Williamson, aveva goduto di uno status privilegiato grazie all’amicizia, se così si poteva chiamare, con Horace. Il figlio del padrone era un ragazzino difficile, probabilmente con problemi di ritardo mentale, impermeabile all’apprendimento, aggressivo, indolente, nessuna tata riusciva a contenerlo. Ancora a tredici anni, le ultime volte che lo aveva frequentato, se la faceva addosso. Stava bene solo con lui, Tommy, dal quale non voleva mai separarsi. I genitori di Horace erano stati ben felici di aver trovato un tranquillante umano per Horace, potevano così occuparsi dei loro affari senza seccature. Per loro, che passavano la vita da un evento mondano all’altro, i figli erano orpelli finalizzati a un’immagine di buona famiglia americana e nient’altro. A Mrs. Williamson piaceva recitare la parte della mamma disperata (in effetti lo faceva da grande attrice, con studiata gestualità teatrale) quando, per qualche motivo, Horace spariva o aveva qualche problema di salute, ma tutta la manifestazione del suo affetto finiva lì. L’Avvocato, invece, esercitava la sua funzione paterna ricordando ai ragazzini quanto Lui era coraggioso, quanto era forte, quanto era intelligente, quanto era stato bravo a gestire l’azienda ricevuta in eredità dal padre ( e fregata a tre sorelle che avevano avuto la bella idea di nascere femmine). Stella era la classica ragazzina di buona famiglia con la puzza sotto al naso e il suo obiettivo principale, almeno da adolescente ma presumibilmente anche poi, lui Tommy non poteva saperlo, era far colpo sui rampolli delle famiglie più benestanti della propria. Tommy giocava con Horace, mangiava con Horace, andava a spasso con Horace, dormiva nella stanza di Horace. Doveva inventare sempre nuovi giochi e nuove storie da raccontare in continuazione per compiacere il padroncino, perché Horace si stancava presto e quando si stancava passava istantaneamente alla sua attività preferita: la lotta. Così Tommy era diventato, per forza di cose, un vulcano di creatività, passava da una storia a un’altra, da un gioco all’altro, per destare l’interesse di Horace, sbirciando sapientemente i segni del cambiamento d’umore per evitare che Horace gli saltasse al collo immantinente. In compenso godeva della buona tavola dei Williamson, delle passeggiate in carrozza, degli ambienti meravigliosi, giardini, palazzi, stanze dei Williamson e dei loro amici e parenti. Poteva giocare, insieme a Horace o da solo quando Horace dormiva, con i balocchi meravigliosi del giovane padrone. Non che ne avesse bisogno. Lui , da piccolo, aveva una grande fantasia e gli bastava magari un bastone con una piccola forcella terminale perché l’asta diventasse la canna di un fucile, la forcella il mirino, oppure, a secondo che lo tenesse diritto verticalmente o disteso in avanti o all’indietro, il bastone poteva diventare l’albero maestro, o la prora , o il timone di un veliero. Ma la sua trasmutazione preferita era quella del bastone in spada, in sciabola, in scimitarra, in lancia, in alabarda… e tutte queste creazioni avevano un solo filo conduttore: quello di salvare, proteggere, battersi per  Lucia.
Seguiva il padroncino quando questi prendeva lezioni (lo voleva sempre al suo fianco) e così, diversamente da Horace che imparava sempre il minimo con grande difficoltà, lui Tommy aveva imparato a leggere, a scrivere e a far di conto. Non solo, ogni volta che poteva si avventurava nella libreria fornitissima dei Williamson e da lì saccheggiava cogli occhi più sapere che poteva. La sua famiglia Tommy la vedeva poco: i suoi erano nei campi tutto il giorno e alla sera erano stanchi da morire. Solo il nonno, ormai anziano ed esonerato dai lavori più pesanti , aveva momenti per lui. Così il tempo, non molto, che non faceva la balia ad Horace lo trascorreva discorrendo col nonno. Da piccolo lo subissava di domande, tipo: “Nonno, ma perché mai noi siamo schiavi?”, “Nonno, ma perché allora noi abbiamo un nome e un cognome come i padroni se siamo schiavi, perché non ci chiamano Rags o Fuffy o Beeper come un cane, un gatto, un cavallo, che poi fanno una vita migliore della nostra perché ricevono cibo, casa e cure senza dover far nulla (i cavalli forse un po’ si, se la dovevano guadagnare la biada, ma sudavano sempre meno dei suoi genitori)?” . Il nonno gli aveva raccontato la favola di Satana che piangeva. “Bisogna sopportare” diceva “Come Gesù il Nazireo, che Satana ha provocato in tutti i modi per spezzarne l’anima: quando Gesù si ritirò nel deserto Satana gli offrì ogni sorta di bene in cambio della sua anima, ma Gesù rifiutò. Quando poi Gesù pregava da solo all’orto del Getsemani, prima che venissero a prenderlo per torturarlo ed ucciderlo, Satana tornò all’attacco sicuro della vittoria, ma quando dovette per forza constatare che Gesù rifiutava ogni possibile via di fuga e di salvezza allora Satana, per la prima volta, pianse. Pianse di rabbia, lui che si credeva il più furbo, il più potente, quello che aveva capito tutto, il migliore, doveva invece ingoiare le lacrime amare della sconfitta e dell’impotenza”. Quando poi era stato più grandicello, verso i quindici anni, le domande che poneva al nonno erano più provocatorie: “Nonno, ma se Dio è così buono e onnipotente come dicono, soprattutto i padroni, perché permette che loro si siano impadroniti della terra e la posseggano col fucile e con la frusta?”, “Nonno, la Bibbia dice che Dio ha posto la Terra e quanto contiene al servizio dell’Uomo, ma perché allora un bambino nero da quando nasce non vede attorno a sé che recinti, muri, porte chiuse e divieti?”, oppure “ Nonno, ma perché il raccolto che è il risultato del lavoro di noi schiavi se lo prendono invece i padroni ?”, “Perché noi schiavi non ci mettiamo tutti d’accordo per riprenderci la terra con la rivoluzione e la diamo soltanto a chi vuole lavorarla, bianco o nero che sia, e se poi non la lavora più gliela togliamo?”, e così via.
Dai libri di casa Williamson e dai giornali che ogni tanto vi circolavano aveva appreso che non viveva nel migliore dei mondi possibili e che su al Nord la vita per un nero poteva essere diversa. A quanto ne sapeva, a quindici anni, anche lassù non è che i neri facessero una gran bella vita o che fossero ricchi: lavoravano tutto il giorno e anche di notte nelle fabbriche e ricevevano come compenso quel poco che bastava loro per sostentarsi e sopravvivere, ma perlomeno erano liberi di circolare dove volessero e di cambiare posto di lavoro se l’ambiente non fosse stato di loro gradimento. Così preparò la sua fuga meticolosamente e un pomeriggio a cui avrebbe seguito una notte senza Luna si eclissò lasciando Horace vicino al fiume che strillava come un’anatra. Aveva dormito di giorno e camminato di notte con i Blue Ridge come riferimento, sempre dentro qualche corso d’acqua o nel fango per coprire le impronte alla vista degli inseguitori e all’olfatto dei cani, su su verso il Potomac, poi verso la costa, verso il Maryland, verso Filadelfia, verso la libertà. Questa era arrivata subito prima della guerra. Ovviamente si era arruolato, dapprima era stato un cavalleggero del Sesto, poi era passato ai servizi, nei Black Dispatches. Gli avevano affidato missioni sempre più impegnative, per l’ultima lo avevano convocato nientemeno che Allan Pinkerton e il Mag. Gen. George McClean in persona! Si trattava di infliggere dei duri colpi all’industria bellica confederata, a partire dalle miniere di piombo vicino Wytheville di cui occorreva conoscere tutto il necessario per la loro distruzione. Era una missione molto pericolosa da condurre nel cuore di un territorio controllato dal nemico sempre più inferocito e diffidente, con scarsissime possibilità di ritorno, ma aveva accettato. Tre giorni prima le miniere furono attaccate dal Sesto del Gen. Stoneman e distrutte grazie alle sue indicazioni, ma l’inserviente di cui aveva preso il posto per carpire informazioni era stato arrestato e aveva confessato sotto tortura. Così era stato preso e portato a Camp Sumter, “Andersonville”, dove aveva trascorso la sua prima e presumibilmente ultima notte. Ora stavano venendo a prenderlo per interrogarlo.
Il Capitano Wirz fu molto conciso: “Ci dici tutto su di te e sulla tua organizzazione, Palla di Merda, e morirai domani all’alba dopo una notte tranquilla. Prova a fare il duro e morirai lo stesso, ma dopo che i ragazzi qui ti avranno lavorato per benino”. I “ragazzi” erano Jimmy, Paul e George, ciascuno alto non meno di un metro e ottanta, dai muscoli gonfi, le bocche sdentate e occhi che lo guardavano come un gatto potrebbe guardare un grasso topolino. Jimmy lo osservava a braccia incrociate con un sorriso che arrivava alle orecchie, Paul digrignava i denti mentre si accarezzava i gonfi bicipiti, Paul gli sorrideva mentre a braccia tese e mani incrociate scrocchiava le dita. “Vattene affanculo stronzo!” fu la sua risposta. A un cenno del capitano lo afferrarono “Vieni con noi bello! Quando avremo finito con te il tuo culo sembrerà un’acquasantiera!”. Si lasciò trasportare concentrandosi sull’immagine di Satana che piangeva.
“Allora?” Il Capitano Wirz alzò gli occhi dal foglio e li fissò sulla faccia sudata di Jimmy. “Il bastardo ha tenuto duro, nessuno ci ha mai resistito così, non lo credevo possibile. Ha aperto la bocca solo per urlare”. “Solo un momento prima di crepare sembrava avesse ceduto” aggiunse Paul “ Muoveva le labbra come per parlare e mi sono avvicinato per ascoltare prima che tirasse le cuoia, ma ha bofonchiato solo qualcosa sulla luce”.

(continua)

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